Così gli appetiti degli immobiliaristi hanno stravolto le
indicazioni degli urbanisti. Doveva essere un polo direzionale si è
trasformato in uno dei più grandi centri commerciali d'Europa. La
prevista linea della metro non arriverà mai e al posto degli uffici sono
sorte palazzine di appartamenti. Rimasti invenduti
ROMA - Porta di Roma è l'ingresso nella
Capitale per chi viene da Nord, una fungaia di palazzi affacciati sul
Gra. È un quartiere non ancora completato, nonostante l'avvio della
costruzione risalga al 2007. E, nelle intenzioni del Campidoglio, quando
sindaci erano Francesco Rutelli e Walter Veltroni, sarebbe dovuta
essere una delle 18 centralità previste dal Piano regolatore. Una città
nella città. Ma le intenzioni sono rimaste in gran parte tali, lamentano
comitati e associazioni di cittadini. Era previsto, per esempio, che un
quarto dell'edificato fosse destinato a centri direzionali pubblici e
privati. Porta di Roma è invece un quartiere quasi solo di residenza,
abitato appena per metà, il cui cuore è uno dei più grandi centri
commerciali d'Europa.
Idea lungimirante. Il
Piano regolatore del 1962 prevedeva che qui, nel punto di confluenza
dell'Autostrada del Sole nel Gra, sorgesse un polo logistico. Un luogo,
quello della Bufalotta, in cui venivano scaricate dai tir le merci
provenienti da fuori, merci che poi sarebbero state smistate con mezzi
più leggeri in città. Un'idea sensata e lungimirante. All'inizio degli
anni Novanta, però, i nuovi proprietari dell'area, due gruppi emergenti
sulla scena immobiliare romana e non solo, Lamaro e Parsitalia,
valutarono che quella destinazione d'uso non garantiva sufficienti
margini di profitto. E cominciarono a premere sul Campidoglio perché la
si potesse modificare. Il mercato esige i suoi diritti e quel che serve
alla città può attendere. Nel frattempo prendeva forma l'idea di
strutturare Roma in 18 centralità. Bufalotta sarebbe stata una di
queste, una fra le più grandi. E sarebbe diventata la Porta di Roma.
L'accordo fra l'amministrazione di Francesco Rutelli e i proprietari fu
di realizzare un quartiere su 330 ettari di terreno dove l'edificato ne
avrebbe occupati 65. Sarebbe stata allestita un'area verde di 150
ettari, il Parco delle Sabine (ma la Bufalotta, prima che atterrassero i
palazzi, era tutta verde) e lì si sarebbe attestata una diramazione
della linea B della metropolitana. L'intesa prevedeva che solo il 38 per
cento fosse destinato ad abitazioni che avrebbero ospitato circa 10mila
persone. Il 21 per cento era adibito a servizi turistico-ricettivi. Il
25 per cento a funzioni direzionali pubbliche e private.
Cambi di destinazione. Sull'estremo
Nord del Gra sarebbe sorto un quartiere moderno, anche se non proprio
il polo logistico che s'immaginava. Avrebbe dato comunque ossigeno,
servizi e qualità agli insediamenti di edilizia pubblica degli anni
Settanta, le torri di Nuova Fidene e di Castel Giubileo, le cui sagome
svettavano sul Gra. E anche ai quartieri abusivi che si erano
caoticamente disposti appena dentro e appena fuori il raccordo anulare. A
tempi record fu anche realizzato un nuovo svincolo del Gra.
Ma anche
quell'accordo sarebbe saltato. Insieme a Lamaro e a Parsitalia altri
costruttori si sarebbero gettati nell'impresa, fra questi Caltagirone e
Mezzaroma. Veniva invocato un altro cambio di destinazione d'uso: i
servizi e la ricezione turistica diventavano residenza. Più si andava
avanti nell'edificazione più sulle colline della Bufalotta si
sistemavano solo palazzine solcate da grandi strade sinuose che
volenterosamente chiamano boulevard e che convergono nella piazza del
quartiere, il centro commerciale con l'Ikea, Decathlon, Leroy Merlin e
altri colossi della distribuzione.
Quartiere dormitorio.
Niente centri direzionali, niente servizi o funzioni pubbliche: il
mercato delle aree, che tutto governa, sconsigliava di trasferirli alla
Bufalotta, luogo inaccessibile se non in machina, dove la fermata della
metropolitana non sarebbe mai arrivata. E se fosse arrivata sarebbe
costata l'ira di dio, settecento milioni per una tratta di quasi quattro
chilometri dalla stazione di Conca d'Oro, una linea in massima parte
realizzata con soldi dei privati che in cambio avrebbero ottenuto altre
cubature: una specie di spirale infinita.
La mescolanza di funzioni
che sola rende possibile l'effetto città si allontanava definitivamente.
Ora Porta di Roma, con le sue palazzine affacciate sul Gra, è solo un
quartiere residenziale e commerciale, ancora non ultimato e con molti
appartamenti invenduti e vuoti, esemplare paradosso del più grande
paradosso romano per cui in città a 250mila appartamenti non abitati
(stando a una stima di Legambiente) corrispondono circa 30mila famiglie
che non hanno casa, segno di quanto a Roma si costruisca non per
soddisfare un fabbisogno, ma per altre ragioni. Un tempo Porta di Roma
lo avrebbero chiamato quartiere dormitorio.
(http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/01/news/inchiesta_su_roma_porta_di_roma_erbani-62186685/)